ORVIETO 2007
VERSO UN PROGETTO PER LA NUOVA ITALIA
28/09/07 – Documento politico dei Circoli della Nuova Italia
UN VENTO NUOVO SOFFIA IN EUROPA: LA LEZIONE FRANCESE.
IL CENTRODESTRA OLTRE LA SCONFITTA DEL 2006: UN NUOVO PROGRAMMA COMUNE.
LA RIGENERAZIONE DEL BIPOLARISMO ITALIANO
NOVE PUNTI PER LA NUOVA ITALIA
- UN FISCO PIU' LEGGERO E PIU' GIUSTO PER LE FAMIGLIE, PER LE IMPRESE E PER LO SVILUPPO.
- CONTRO TUTTE LE CASTE: COSTI, TRASPARENZA E PARTECIPAZIONE NELLA NOSTRA DEMOCRAZIA.
- RIAFFERMARE L'AUTORITA' DELLO STATO E L'UNITA' NAZIONALE PER RISOLVERE LA QUESTIONE SETTENTRIONALE E LA QUESTIONE MERIDIONALE.
- LA NUOVA QUESTIONE SOCIALE: LIBERARE LE ENERGIE DELLE PERSONE E DELLE COMUNITA'.
- LA SFIDA DELLA SICUREZZA, DELLE MIGRAZIONI E DELLA CITTADINANZA.
- INTEGRAZIONE EUROPEA E GOVERNO DELLA GLOBALIZZAZIONE: TURCHIA, CINA.
- IL MODELLO ITALIANO E LA DIFESA DELL'INTERESSE NAZIONALE PER TORNARE AD ESSERE COMPETITIVI.
- CULTURA, FORMAZIONE, SCUOLA, UNIVERSITA' E RICERCA: LA RIVOLUZIONE DEL MERITO E DELLA QUALITA'.
- UN NUOVO “PATRIOTTISMO AMBIENTALE” PER DIFENDERE AMBIENTE, TERRITORIO E PAESAGGIO.
UN VENTO NUOVO SOFFIA IN EUROPA: LA LEZIONE FRANCESE.
E' inutile e perfino stucchevole unirsi al coro di tutti coloro che oggi esaltano l'esempio politico del neo-presidente Nicolas Sarkozy, come è impossibile ignorare le grandi differenze che esistono tra il gollismo francese e la destra italiana. Ma c'è, oggettivamente, una “lezione francese” che deve essere intesa in tutto il suo profondo significato di “rottura” rispetto alla cultura e alla politica europea. Una lezione che è nostro dovere amplificare nello scenario italiano, bloccando sul nascere tutti gli equivoci che, nel centrodestra come nel centrosinistra, si stanno alimentando per strumentalizzare questo fenomeno politico.
Ancora lo scorso anno, nel travagliato momento di confronto con cui Alleanza Nazionale lanciò il documento “Ripensare il centrodestra nella prospettiva europea”, il tema dominante era quello di “aprirsi oltre la destra” per conquistare maggiore protagonismo ed agibilità nello scenario politico italiano. Si voleva completare quella parabola di “legittimazione” politico-culturale, che era cominciata con Fiuggi e con l'alleanza con Berlusconi e che doveva concludersi con il superamento di ogni subalternità rispetto alle formazioni politiche di centro o addirittura con la creazione del “Partito unico del centrodestra”. In questa logica sono state lanciate difficili aperture culturali e “provocazioni” politiche che hanno disorientato il nostro elettorato, senza per questo intercettare nuove aggregazioni o riuscire a rendere politicamente più credibile il nostro partito.
Mentre noi cercavamo “al centro” i nostri nuovi spazi politici, dal movimento gollista francese, peraltro aderente al Partito popolare europeo, è arrivato un segnale straordinario che ci ha offerto una inattesa quanto profonda legittimazione “da destra”.
Il percorso politico che ha portato Nicolas Sarkozy alla Presidenza della Repubblica francese, parte dalla data simbolica del 21 aprile 2002 quando si svolse il ballottaggio tra Jacques Chirac e Jean-Marie Le Pen. Sarkozy stesso descrive come un vero e proprio “tsunami” politico l'incredibile successo ottenuto dell'ottantenne leader del Front National . Questo evento, insieme alla bocciatura che i Francesi hanno inflitto alla Costituzione europea nonostante un fronte favorevole costituito da tutti i partiti “costituzionali”, ha rappresentato l'emersione clamorosa di quel populismo identitario che ha scavato, non solo in Francia, un solco profondo tra la gente comune e l' establishment politico ed istituzionale.
In tutta Europa soffia un vento nuovo, un vento provocato dalle spinte e dalle contraddizioni della globalizzazione: l'identità è tornata ad essere un valore politico e sociale, è diventata il principale motore delle scelte popolari. La reazione all'immigrazione incontrollata e al nomadismo crescente, la paura di fronte al terrorismo e al fondamentalismo islamico, il declino economico provocato dalla concorrenza priva di regole dei paesi emergenti e dal dilagare dello sviluppo cinese, l'omologazione consumista che attacca il valore della persona e della famiglia, gli effetti sempre più evidente degli scompensi ambientali e climatici del pianeta, provoca una profonda reazione identitaria nei diversi contesti politici europei.
Sarkozy è riuscito a sottrarre queste spinte dalla strumentalizzazione estremista del Front National e ad incanalarle in un progetto politico rivolto verso il futuro, in grado di dare speranza al suo popolo e di guidare la modernizzazione della Francia. Oggi è il politico più moderno e decisionista del Continente, l'esempio a cui tutti fanno riferimento, lo statista capace di andare oltre la destra e la sinistra nominando ministri ed esperti di ogni provenienza culturale, l'ideologo che ha superato la contrapposizione tra cultura liberale e cultura sociale. Eppure il neo-Presidente francese è il più a destra tra tutti i governanti europei, rivendica questa provenienza, dichiara la sua esplicita “rottura” con la cultura radical-progressista di origine sessantottina e il suo radicamento nei valori della tradizione. “ Ciò che conduce la destra alla sconfitta è il fatto di rimpiangere di non essere sinistra ” scrive nel suo ultimo libro “Testimonianza”.
Ecco perché dobbiamo molto a Nicolas Sarkozy: dopo il suo trionfo nulla sarà come prima, nessuno potrà dire che la destra è marginale ed incapace di guidare il cambiamento, nessuno dei nostri valori potrà essere aprioristicamente demonizzato. Anzi: si è subito creato un “affollamento” a destra, con amministratori di sinistra che scoprono il bisogno di sicurezza e di legalità, con partiti di centro che fanno a gara per scavalcare a destra An, con Giulio Tremonti che parla della “contrapposizione ideale tra Roma e Londra” riecheggiando slogan da anni '30, con il Corriere della Sera che evidenzia con sempre maggiore forza le denuncie delle persecuzioni dei cristiani nei paesi mussulmani.
Oggi siamo liberi di andare ad aggregare quella “destra sommersa e diffusa” che esiste anche nel nostro Paese, senza che questo debba significare rinunciare alla “centralità” nello scenario politico italiano. Dobbiamo costruire “un progetto per la nuova Italia”, un programma di modernizzazione che affondi le proprie radici nella cultura identitaria e comunitaria e che dia contemporaneamente risposte credibili, autentiche e concrete alle inquietudini dei nostri compatrioti. La doppia condizione preliminare per realizzare questa operazione è rifiutare sia le degenerazioni xenofobe, nostalgiche ed antimoderne dei valori identitari, sia le astrazioni intellettuali lontane dei problemi drammatici creati dalla globalizzazione. Ma in questo sottile equilibrio, in questa sintesi, tra modernizzazione ed identità, tra rifiuto delle degenerazioni estremiste e negazione del politically correct , la “scimmia prevalente” oggi può e deve essere la cultura identitaria e la “rottura” rispetto al pensiero unico progressista e liberal .
Dopo Sarkozy nulla sarà come prima: in questo senso la “lezione francese” è veramente un punto di svolta non solo per i Francesi ma anche per noi Italiani.
IL CENTRODESTRA OLTRE LA SCONFITTA DEL 2006: UN NUOVO PROGRAMMA COMUNE.
Fino ad oggi il centrodestra non ha analizzato adeguatamente le cause della propria sconfitta e non ha ancora cominciato ad elaborare un nuovo programma comune.
Perché, nonostante la solida maggioranza di centrodestra della scorsa legislatura, il Governo Berlusconi non è riuscito ad attuare tutte le riforme e i cambiamenti radicali che aveva promesso in campagna elettorale? A questa domanda c'è un'unica risposta che rimbalza sulla pubblicistica di centrodestra: perché gli alleati di governo, in particolare l'Udc e An, hanno “legato le mani” al presidente Berlusconi. Saremmo stati noi, con i nostri veti e le nostre tare politiche, ad impedire il pieno dispiegamento del programma di Forza Italia.
La realtà è molto diversa ed è stata lucidamente indicata da Angelo Panebianco in un articolo sul Corriere della Sera del 31 agosto dal significativo titolo “In politica l'improvvisazione non basta”. E' proprio una forte dose di improvvisazione, il limite che nella passata legislatura ha impedito alla Casa delle Libertà di realizzare compiutamente i propri progetti di cambiamento. Scrive Panebianco: “c'è una certa dose di asimmetria fra chi chiede voti per innovare e chi li chiede per conservare: il primo, per definizione, deve essere disposto a fronteggiare ostacoli infinitamente più grandi di quelli che ha di fronte a sé il secondo. A differenza del secondo, il primo non può mai permettersi di navigare a vista”.
Un programma comune – realizzabile e vincente nell'obiettivo difficile di “cambiare l'Italia” – non si improvvisa, ma è il frutto di un profondo e serio lavoro di sintesi tra le diverse culture politiche che compongono il centrodestra, di confronto con le istanze della società civile organizzata e di analisi delle compatibilità imposte dall'integrazione europea e dai processi di globalizzazione. Questo lavoro non è stato adeguatamente svolto prima della campagna elettorale del 2001, in cui ci siamo presentati con un programma tutto focalizzato sulle due pagine del “Contratto con gli Italiani” che buona parte della classe dirigente della CdL ha appreso guardando “Porta a porta” in televisione. E per tutti i cinque anni della precedente legislatura non c'è mai stato un momento di approfondita riflessione comune per monitorare l'attuazione di quel programma e per analizzare i grandi cambiamenti nell'economia mondiale che richiedevano urgenti cambiamenti di rotta.
Pensiamo al problema della riduzione delle tasse. Mentre tutto il mondo produttivo chiedeva la riduzione dell'Irap e il fronte sociale e cattolico invocava una progressiva applicazione del quoziente familiare, la scelta fu quella di insistere sulla riduzione delle aliquote Irpef per rispettare gli impegni presi nel “Contratto con gli Italiani”. Così – dopo l'approvazione del primo modulo di riduzione dell'Irpef, sicuramente giusto e sacrosanto – si giunse all'approvazione del secondo modulo dedicato all'abbassamento delle aliquote sui redditi medio-alti, provvedimento che si rivelò inutile dal punto di vista economico ed ovviamente esposto alla facile critica di aver tagliato solo “le tasse ai ricchi”.
Abbiamo navigato a vista, sull'onda di continue emergenze, attuando una serie di importanti riforme settoriali – basti solo pensare alla Legge Biagi – ma perdendo il riferimento al progetto comune. Il braccio di ferro che si istaurò progressivamente tra l'”asse del Nord” Tremonti-Lega e il “sub-governo” An-Udc, derivava più che da un oggettivo contrasto di obiettivi, da questa sostanziale mancanza di confronto, di regia e di sintesi creativa. Alleanza Nazionale e in particolare Gianfranco Fini hanno sempre fatto tutto quello che era possibile per salvaguardare l'unità della coalizione, non solo non trincerandosi mai dietro gli interessi di partito, ma spesso sacrificando questioni programmatiche e di principio che in realtà non dovevano essere accantonate. Ricordiamoci dello sforzo di rendere sostenibile il federalismo leghista, sfociato nella riforma costituzionale poi bocciata dall'elettorato, o della disponibilità ad approvare la legge elettorale voluta dall'Udc, che oggi viene da tutti criticata e che ha provocato la raccolta di firme referendaria.
Purtroppo nelle elezioni del 2006 abbiamo fatto di peggio. Invece di cercare di superare queste divisioni, ci siamo tutti rassegnati a rimanere separati, inventando la teoria del “tridente”. Senza nessuna forma di programma comune, ci siamo addirittura presentati all'elettorato con tre ipotesi di leadership, quella di Berlusconi, quella di Casini e quella di Fini.
Si tratta di acqua passata e la nostra esperienza di governo è stata largamente rivalutata da tutti gli italiani dopo un anno e mezzo di permanenza di Romano Prodi a Palazzo Chigi. Anche con Giulio Tremonti si è da tempo ricreata una sintonia che ci porta a giudicarlo come uno degli esponenti politici più aperti ad una sintesi positiva all'interno del centrodestra. Ma non bisogna dimenticare quelle vicende, non solo per respingere le accuse che ci vengono rivolte, ma soprattutto per non commettere gli stessi errori del passato. Per vincere le prossime elezioni dobbiamo dare agli elettori la garanzia che la prossima esperienza di governo sarà nettamente migliore della precedente, che la promessa di “cambiare l'Italia” questa volta sarà mantenuta fino in fondo .
Per questo dobbiamo riesaminare con attenzione i cinque anni del Governo di centrodestra e dobbiamo metterci al lavoro per elaborare un programma elettorale che tracci non solo una alternativa di governo ma, come abbiamo detto, un vero e proprio “progetto per la nuova Italia”. La costruzione del programma è decisiva anche per mettere in moto un processo di nuova aggregazione verso le forze politiche di centro e verso i rappresentanti della società civile che vogliono “scendere in campo”. Fino ad oggi queste aggregazioni sono state tentate attraverso le leadership, le nuove formule di schieramento o le nuove sigle, ma non è in questi termini che si vince la sfida con il Partito democratico di Veltroni. Lo scontro è sul programma e sul messaggio essenziale con cui ci si rivolge agli italiani, stanchi del Governo Prodi ma anche di scontri politici spesso vuoti di contenuti e di proposte concrete. Da questo lavoro di elaborazione deve nascere il “nuovo centrodestra” che superi i limiti e le contraddizioni della vecchia “Casa delle Libertà”.
Alleanza Nazionale non deve commettere l'errore di affrontare questo lavoro programmatico con un basso profilo o “giocando di rimessa” solo su alcuni temi. Chiarito che abbiamo messo definitivamente da parte ogni questione personalistica sulla leadership ma anche che non andremo alle elezioni con un'unica sigla rappresentativa di tutto il centrodestra, An si deve fare carico di portare nel programma della coalizione tutta la forza e tutto lo spessore di una destra politica e sociale, finalmente libera da ogni complesso di inferiorità e da ogni sindrome di emarginazione. Ecco l'importanza di tenere in autunno una Conferenza programmatica di grande spessore politico e culturale, preceduta da un confronto ampio ed articolato con gli interessi legittimi che emergono dalla società civile, con il supporto di una grande mobilitazione degli uomini di cultura e dei più creativi esperti di comunicazione politica.
Attenzione: una Conferenza programmatica, svolta in questo momento, è però “un'arma a doppio taglio”. Può essere lo strumento per un profondo rilancio di Alleanza Nazionale e per rimettere definitivamente in moto la macchina del “nuovo centrodestra” creando emulazione nei nostri alleati. Oppure può diventare un autentico autogol, se si dovesse risolvere in una “vetrina” di parole vuote e di proposte di basso profilo, se non riuscisse ad intercettare in modo alto e nobile il vento nuovo che soffia in Europa, se diventasse lo strumento per dichiarazioni ottuse ed unilaterali inaccettabili per i nostri alleati.
Ecco perchè la Conferenza programmatica di An e “l'Officina” del centrodestra devono procedere in parallelo, per evitare chiusure e per scongiurare appiattimenti, ma soprattutto per dimostrare che oggi, nel nuovo clima che stiamo vivendo, la destra non deve indebolire la propria identità per aprirsi e per essere accettata. Al contrario più saremo autentici, più riusciremo a spiegare la nostra identità di valori e di programmi, più saremo ascoltati e considerati determinanti.
LA RIGENERAZIONE DEL BIPOLARISMO ITALIANO
Non si possono sottovalutare le forze che oggi stanno cercando di aggregarsi al “centro”, sulla linea di demarcazione tra centrodestra e centrosinistra. Le lunghezze d'onde su cui si stanno compiendo questi tentativi di creazione di una terza forza, sono due: quella del mondo cattolico e quella dell'antipolitica che emerge dalla società civile.
Sul versante cattolico la “vulgata” giornalistica accredita un tentativo di mettere insieme frammenti post-democristiani, come l'Udc e l'Udeur, con il movimento che si è aggregato attorno all'evento del Family Day . Al di là della realtà di questi progetti, rimane un sottofondo di nostalgia democristiana, la periodica tentazione di riesumare il “partito di centro dei cattolici italiani”. Ma si tratta di una nostalgia lontana dalla realtà, nonostante tutti i limiti e le contraddizioni dell'attuale bipolarismo italiano: non c'è oggi il clima che può dare spazio ad una formazione politica che si connoti principalmente con un moderatismo in equilibrio tra destra e sinistra.
Dobbiamo renderci conto che il mondo cattolico sta vivendo un profondo risveglio: sente la civiltà europea minacciata e ha lanciato una nuova battaglia non fatta di armi, ma di coscienze, di cultura e di identità. Dopo aver sconfitto il comunismo nell'Est europeo attraverso la predicazione di Papa Wojtila, la Chiesa cattolica con Benedetto XVI reagisce al pericolo non solo del fondamentalismo, ma del laicismo, dell'omologazione consumista e materialista, dell'attacco al diritto naturale che colpisce la vita, la famiglia e la persona umana. La cultura cattolica sprigiona tutta la sua forza identitaria, travolgendo definitivamente le vecchie “prudenze” che hanno generato il fallimento culturale dell'Italia democristiana. Pensiamo al fenomeno degli “atei devoti”: persone che non credono, degli atei, che però si rendono conto che - in un momento cruciale per l'Europa – l'appartenenza religiosa deve essere considerata non come spinta fondamentalista o xenofoba, ma come capacità di ritrovare in se stessi quella energia di identità che può permettere alla nostra civiltà di rigenerarsi. I valori tradizionali, le identità delle persone, delle famiglie e delle comunità, sono grandi energie che possono animare l' agorà politica e lo scambio sociale, la partecipazione e la modernizzazione del nostro Paese. Senza diventare confessionali e tanto meno clericali, è necessario vivere una profonda compartecipazione ideale con il mondo cattolico, il cui ruolo politico e culturale, piaccia o meno, è destinato a crescere nell'epoca della globalizzazione, ma non certo per generare aggregazioni centriste.
Passando al versante dell'antipolitica che emerge dalla società civile, è evidente che non si può pensare soltanto ad “una trama dei poteri forti” volta a delegittimare i partiti politici presenti in Parlamento. Quando un libro come “La casta” di Stella e Rizzo vende quasi ottocentomila copie, quando un comico come Beppe Grillo raccoglie in un giorno trecentomila firme, significa che al centrodestra non basta rappresentare l'opposizione al governo Prodi. Alla definizione del progetto comune del nuovo centrodestra, si deve abbinare una campagna politica trasversale finalizzata a rigenerare la rappresentanza e la partecipazione politica. Se una parte dell'elettorato ci chiede di aumentare la conflittualità contro il governo Prodi, un'altra parte del nostro elettorato potenziale sembra invece infastidito della rissa continua quanto inconcludente a cui sembra essere scaduta la politica italiana. Sul cambiamento della legge elettorale, su un numero limitato di riforme costituzionali volte a rafforzare la governabilità, sulla riduzione dei costi della politica e sull'aumento della sua trasparenza, bisogna mantenere aperto un canale di dialogo trasversale e di lavoro comune con tutte le forze politiche.
Proprio nel momento in cui rivendichiamo nei contenuti una svolta identitaria di destra, nei metodi dobbiamo confermare un atteggiamento di apertura e di costruttività per il bene comune. Non dimentichiamoci la capacità di Sarkozy, prima e dopo la campagna elettorale, di lavorare con personalità di sinistra con l'intento dichiarato di perseguire il bene comune della Nazione, anche al di là degli schieramenti. Anche di fronte alle forze che sembrano volersi aggregare nel “terzo polo” bisogna mantenere un atteggiamento aperto ed aggregante, forti della consapevolezza che il vento che spira in Europa non lascia spazio ad ipotesi neo-centriste, basti pensare alla fine fatta dal candidato centrista alle elezioni francesi François Bayrou.
In sintesi Alleanza Nazionale, proprio interpretando i valori più essenziali della identità nazionale, deve operare per una profonda rigenerazione del bipolarismo italiano, per dare una risposta alle spinte dell'antipolitica, per riassorbire le derive neo-centriste, ma soprattutto per testimoniare che la Politica è innanzitutto servizio per il bene comune.
NOVE PUNTI PER LA NUOVA ITALIA
• UN FISCO PIU' LEGGERO E PIU' GIUSTO PER LE FAMIGLIE, PER LE IMPRESE E PER LO SVILUPPO.
Sulla necessità di ridurre le tasse in Italia sono tutti d'accordo, persino il Presidente Prodi ha avuto su questo tema poco verosimili “conversioni sulla via di Damasco”. Ma su come ridurre le tasse le ricette divergono radicalmente. Innanzitutto è necessario sottolineare che nessuna significativa riduzione delle tasse può essere realizzata, senza preventive riforme strutturali che riducano adeguatamente la spesa pubblica centrale e periferica . Nessuno si illuda che la riduzione delle tasse si possa finanziare semplicemente con il “taglio lineare” della spesa corrente: il risultato sarebbe (come è successo in parte durante il nostro governo) da un lato paralizzare l'azione dell'amministrazione pubblica e dall'altro lato determinare un incontrollabile aumento della spesa corrente a piè di lista. Sono necessarie riforme coraggiose e radicali che, in parte, illustreremo nel seguito. Ma oltre a questa premessa bisogna affrontare la spinta crescente del fronte dei sostenitori della flat tax , ovvero della abolizione di ogni forma di progressività nel prelievo adottando un'aliquota unica (ad esempio il 33%) per ogni reddito. A nostro avviso quest'idea ha tutta la potenzialità di farci perdere le elezioni, senza determinare i prodigiosi effetti di crescita della ricchezza e di emersione dell'elusione fiscale che vengono promessi dai vari assertori di questa ipotesi. In una società dove crescono vertiginosamente le differenze di ricchezza, dove i ceti medi sprofondano nell'impoverimento, proporre l'aliquota unica, anche se con qualche correttivo per i redditi più bassi, significa lanciare un messaggio devastante ed inaccettabile. Con queste premesse si possono fare le seguenti proposte:
a. COMINCIARE A REALIZZARE IL QUOZIENTE FAMILIARE. Il costo elevato di questa radicale trasformazione non può continuare ad essere un alibi per offrire alle famiglie italiane solo soluzioni temporanee e disorganiche. Si cominci con applicare questo principio alla “no-tax area”, che può essere modulata a secondo del numero dei componenti della famiglia e dei redditi che vi entrano. Questa soluzione, unita alla sostituzione delle detrazioni con le deduzioni per i congiunti a carico, sarebbe la base per avviare una autentica politica per la famiglia e per la natalità.
b. RIDURRE L'IRES E SOSTITUIRE L'IRAP. Una riduzione delle aliquote Ires, finanziata con una razionalizzazione degli incentivi alle imprese, rappresenterebbe una forte spinta allo sviluppo. Inoltre è necessario ridurre l'Irap, nella prospettiva di una sua graduale sostituzione con un altro tipo di imposta meno distorsiva e penalizzante per le imprese. Per iniziare si potrebbe dimezzare il peso dell'Irap per le piccole e medie imprese.
c. RIPRISTINARE LA LEGGE TREMONTI PER GLI UTILI REINVESTITI in modo da utilizzare la leva fiscale per incrementare lo sviluppo del sistema produttivo su tutto il territorio nazionale. Per incentivare gli investimenti nei settori della formazione, della ricerca e dell'internazionalizzazione, proponiamo di agevolare le imprese introducendo un credito d'imposta. Per dare efficacia e profondità all'iniziativa, il credito d'imposta deve essere riconosciuto in modo progressivo su programmi pluriennali in modo da permettere alle imprese di programmare i propri investimenti nel medio periodo.
d. APPLICARE LA FISCALITA ' DIFFERENZIATA NEL MEZZOGIORNO, NELLE AREE SOTTOUTILIZZATE DEL NORD E NELLE PERIFERIE METROPOLITANE. Trasformando gli incentivi e i fondi strutturali in riduzione fiscale, si deve perseguire l'obiettivo di un prelievo fortemente ridotto per tutte le nuove iniziative imprenditoriali e per gli investimenti esteri.
e. APPLICARE IL FEDERALISMO FISCALE, in modo da premiare i territori più produttivi con un parziale ritorno automatico del maggior gettito che essi determinano. E' necessario ridistribuire verso i territori più deboli e più poveri attraverso dei fondi di solidarietà e di perequazione, ma è anche necessario dare un ritorno fiscale automatico alle aree che sono più competitive e trainanti. In ogni caso questo non deve significare dividere in enti regionali l'Agenzia delle entrate che deve rimanere un'unica struttura nazionale.
f. ABOLIZIONE DELL'IMPOSTA DI SUCCESSIONE. A prescindere dal reddito e dall'entità del patrimonio ereditato, questa è una tassa odiosa che colpisce il valore della continuità generazionale e che determina, proprio nei ceti più agiati, forme legali di elusione che spesso incrinano i rapporti parentali. L'abolizione di questa imposta è poi necessaria anche per rendere agevoli i passaggi generazionali nelle piccole e medie imprese.
g. ABOLIZIONE DELL'ICI SULLA PRIMA CASA. L'abolizione di quest'altra tassa odiosa è un impegno della scorsa campagna elettorale che il centrodestra non si può rimangiare. La proprietà della casa dove si abita non è un patrimonio né un reddito, ma è un diritto che non si deve tassare.
h. RIDUZIONI FISCALI PER LE AREE INTERNE E DI MONTAGNA. Deve essere introdotta una progressività di riduzione fiscale per sostenere le popolazioni che vivono nelle aree interne e montane, in modo da evitare l'abbandono di queste zone.
i. SLITTAMENTO IN ALTO DEGLI SCAGLIONI IRPEF. Se, compiute le riforme sopradescritte, dovessero rimanere ulteriori margini finanziari per ridurre la tassazione sulle persone fisiche, questa riduzione potrebbe essere ottenuta non eliminando gli scaglioni più elevati, ma aumentando il limite di reddito su cui si applica la no-tax area e in cui entrano in funzione gli scaglioni successivi. In questo modo si otterrebbe una riduzione fiscale uguale per tutti e proporzionalmente più significativa per i redditi più bassi.
• CONTRO TUTTE LE CASTE: COSTI, TRASPARENZA E PARTECIPAZIONE NELLA NOSTRA DEMOCRAZIA.
E' questo un terreno su cui si possono ottenere le riduzioni più immediate e meno dolorose della spesa pubblica e su cui è necessario costruire una risposta credibile alle ventate dell'antipolitica. Ma per ottenere dei risultati concreti è necessario applicare un metodo di confronto trasversale con tutto lo schieramento politico.
In realtà sarebbe necessario un nuovo “rito di fondazione” per ridare forza alle nostre istituzioni e alla rappresentanza politica. Questo “rito” dovrebbe essere l'elezione di una Assemblea costituente a cui affidare il compito di riscrivere tutta la Carta costituzionale salvo i “principi fondamentali”. Ma oggi questo “spirito costituente” non sembra affatto aleggiare nel nostro scenario politico, per cui appare più realistico ripiegare – come sta già avvenendo parzialmente nella Commissione Affari costituzionale della Camera – su un confronto tra i due poli dello schieramento politico per tentare di approvare poche riforme puntuali attraverso l'Art.138 della Costituzione e, soprattutto, una nuova legge elettorale.
Il dato di fondo è che il bipolarismo italiano per auto-riformarsi e legittimarsi definitivamente deve trovare la forza di approvare, almeno sulle “regole del gioco”, delle riforme che risolvano i problemi più urgenti e che diano un segnale di rinnovamento a tutta la comunità nazionale.
a. RIFORMA COSTITUZIONALE PER DIMEZZARE IL NUMERO DEI PARLAMENTARI, attribuire al Presidente del Consiglio il potere di nomina e di revoca dei Ministri,
differenziare le funzione dei due rami del Parlamento, riservando ad una delle due Camere il potere di accordare o revocare la fiducia al Governo.
b. RIFORMA COSTITUZIONALE PER ABOLIRE LE PROVINCE, i cui poteri potrebbero essere assorbiti dalle regioni, dai comuni e dalle loro unioni e, per gli aspetti puramente amministrativi, anche dalle Prefetture. Questa riforma garantirebbe una riduzione complessiva della spesa pubblica di quasi 5 miliardi di euro, senza licenziare il personale e senza ridurre gli investimenti sul territorio. IN ATTESA O IN ALTERNATIVA A QUESTA RIFORMA SI DEVE DISINCENTIVARE FORTEMENTE LA NASCITA DI NUOVE PROVINCE.
c. INTERVENIRE URGENTEMENTE SULLA LEGGE ELETTORALE. Il referendum per cui abbiamo raccolto le firme rimane lo strumento più efficace ed immediato per indurre il Parlamento ad approvare tale riforma. In questo contesto è possibile ripristinare il meccanismo della preferenza singola o, preferibilmente, INTRODURRE LE ELEZIONI PRIMARIE, con norme universalmente valide. Questo principio potrebbe essere inserito anche nella legge di attuazione dell'art. 49 della Costituzione, quale presupposto per l'approvazione dello statuto dei partiti al fine di recuperare il rapporto fiduciario elettori-eletti.
d. ATTUARE IL RICONOSCIMENTO GIURIDICO DEI PARTITI PREVISTO DALL'ART. 49 DELLA COSTITUZIONE per garantire la partecipazione democratica dei cittadini ed evitare le degenerazioni partitocratiche, come condizione per avere diritto di presentare liste elettorali ed accedere al finanziamento pubblico. In particolare dovranno essere garantiti: l'adozione dello statuto dei partiti politici per atto pubblico e attraverso la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale; il diritto all'iscrizione e i diritti e i doveri degli iscritti, la democraticità degli organi, la tutela delle minoranze e la composizione nel rispetto della parità di genere; la pubblicazione e la trasparenza dei bilanci economici, nonché la ripartizione delle risorse alle strutture di base; infine, come già detto, le modalità democratiche di selezione delle candidature.
e. ATTUARE IL RICONOSCIMENTO GIURIDICO DEI SINDACATI E DELLE ALTRE PARTI SOCIALI PREVISTO DALL'ART. 39 DELLA COSTITUZIONE, in osservanza dei principi di effettiva rappresentatività, in assenza dei quali le parti sociali non potranno ottenere il riconoscimento presso i tavoli di contrattazione e di concertazione. Anche in questo caso occorre garantire: la democraticità dello statuto e dell'organizzazione interna e la trasparenza e pubblicazione dei bilanci.
f. REGOLAMENTAZIONE DELLE LOBBIES PER DARE TRASPARENZA AL RAPPORTO TRA POLITICA ED ECONOMIA, attuando i principi dell'art. 50 della Costituzione, prevedendo norme che garantiscano:la registrazione attività di relazione; l'istituzione di registri pubblici delle lobbies, con obblighi di iscrizione; obblighi comportamentali per chi svolge attività di lobbing e relative sanzioni.
g. SOPPRIMERE TUTTI I CONSIGLI DI AMMINISTRAZIONE DEGLI ENTI PUBBLICI E DELLE SOCIETÀ A CAPITALE INTERAMENTE PUBBLICO, sostituendoli con un amministratore unico e restituendo il potere di indirizzo politico alle assemblee elettive, anche attraverso un processo di revisione delle leggi "Bassanini" finalizzato a ridurre i costi e migliorare l'efficienza degli apparati, aumentando la trasparenza e la responsabilità dell'indirizzo politico.
h. INTRODURRE UN TETTO PERCENTUALE MASSIMO DEL 10% PER I COMPONENTI DI TUTTI GLI ORGANI ESECUTIVI (Ministri e Sottosegretari, Assessori regionali, comunali e provinciali) rispetto al numero degli eletti delle rispettive assemblee.
i. IMPORRE PER LEGGE UN BUDGET MASSIMO DI SPESA PER IL FUNZIONAMENTO DI TUTTI GLI ORGANI ISTITUZIONALI E DI UN TETTO AL NUMERO DI DIPENDENTI E DI CONSULENTI (Presidenza della Repubblica, Parlamento, Ministeri...) sotto la media dei paesi europei in rapporto ai rispettivi Pil.
l. APPLICAZIONE RIGOROSA E SANCITA PER LEGGE DEL PRINCIPIO DI SUSSIDIARIETÀ previsto nell'art. 118 della Costituzione nello svolgimento di ogni attività della Pubblica Amministrazione, per evitare che la "mano pubblica" continui a sottrarre al mercato ed alla società civile, attività economiche ed interventi sociali che possono essere gestiti dal privato o dal terzo settore.
m. CREAZIONE DI UNA SPECIFICA AUTORITÀ INDIPENDENTE PER REGOLARE L'ATTIVITÀ POLITICA, vigilando sulla vita interna, sulla trasparenza e sui costi della rappresentanza politica nel suo complesso, nonché verificando l'eleggibilità, l'incompatibilità e i conflitti di interesse dei singoli eletti e degli amministratori pubblici.
n. INCENTIVI PER FAVORIRE L'ACCORPAMENTO SPONTANEO DEI COMUNI INFERIORI A 5.000 ABITANTI, per utilizzare una parte delle risorse liberate per aumentare i servizi e ridurre le tasse nelle aree interne. I comuni con meno di 5.000 abitanti in Italia sono 5.835, pari al 72% degli 8.100 comuni italiani.
o. TRASFORMAZIONE DELLE COMUNITA' MONTANE IN UNIONI DI COMUNI NON FINANZIATE DALLO STATO. Bisogna trasformare qualsiasi ente sovracomunale, a cominciare dalle comunità montane, in unioni di comuni finalizzate ad economie di scala e all'accorpamento dei servizi. Quindi azzerare i finanziamenti per queste unioni, mentre nelle aree montane si dovrà effettuare una riduzione progressiva dell'imposizione fiscale per le famiglie e le imprese.
p. ABOLIZIONE DELLE CIRCOSCRIZIONI PER I COMUNI INFERIORI A 250.000 ABITANTI. Bisogna partire dal parametro di Roma, dove le municipalità oscillano dai 50 mila ai 200 mila abitanti. Le circoscrizioni non potranno quindi avere un numero di abitanti minore dei 50 mila.
q. RIDUZIONE DEL NUMERO E TETTO MASSIMO ALLA RETRIBUZIONE PER TUTTI I RAPPRESENTANTI POLITICI IN RELAZIONE ALLA MEDIA EUROPEA IN RAPPORTO AL PIL, comprendendo in questo tetto tutte le forme non solo di retribuzione diretta, ma anche di benefit e di rimborsi spese.
• RIAFFERMARE L'AUTORITA' DELLO STATO E L'UNITA' NAZIONALE PER RISOLVERE LA QUESTIONE SETTENTRIONALE E LA QUESTIONE MERIDIONALE.
Si deve ripristinare il principio dell'autorità e della sovranità dello stato-nazione che, in questi anni di confuso antistatalismo e di federalismo disgregante, si è andato affievolendo. Lo Stato non può essere, come appare nell'attuale dettato costituzionale modificato dalla riforma del 2001, una istituzione equiparata alle regioni e agli enti locali, ma deve essere riconosciuto come un'istituzione sovraordinata rispetto alle altre, rispettosa delle autonomie federali e del principio di sussidiarietà, ma in condizione di intervenire tempestivamente e con pienezza di poteri ogni qual volta sono in pericolo gli interessi nazionali e i diritti fondamentali dei cittadini. In questo modo, anche attraverso il federalismo fiscale, si riconosce una pienezza di autonomia alle regioni e agli enti locali che operano in modo virtuoso, ma si è in condizione di intervenire ogni qual volta questa autonomia viene spesa male e in modo antieconomico. La lotta serrata allo statalismo deve essere condotta più sulla linea della sussidiarietà orizzontale che riconosce autonomia alla società civile, che non nella linea della sussidiarietà verticale che spesso determina un dirigismo regionale, la frammentazione degli apparati e l'aumento dei costi sulle spalle dei cittadini.
E' in questa chiave che, paradossalmente, si possono affrontare e risolvere sia la questione settentrionale che la questione meridionale.
a. IL FEDERALISMO FISCALE PUO' DARE MAGGIORE COMPETITIVITA' ALLE REGIONI DEL NORD. Il fatto che una parte del gettito fiscale, secondo quanto già previsto dalla Costituzione, possa essere erogato direttamente alle regioni, costituisce un meccanismo premiale per i territori più competitivi. L'obiettivo è quello di dotare questi territori di tutte le infrastrutture necessarie per competere a livello europeo e a livello globale, avendo così un effetto traino su tutta la Nazione. La solidarietà e la perequazione tra tutte le regioni italiane non si deve perseguire “mettendo il piombo nelle ali” di quelle più forti, che oggi sono quelle del Nord insieme al Lazio, ma trainando le regioni più deboli in un sistema economico più ricco e competitivo.
b. IL FEDERALISMO FISCALE PUO' RENDERE PIU' FACILE UNA FISCALITA' DI VANTAGGIO PER IL MEZZOGIORNO. Le resistenze europee verso l'introduzione di fiscalità differenziata tra le regioni a diverso tasso di sviluppo, possono essere più agevolmente superate in un contesto istituzionale di federalismo fiscale. In questo modo potrà essere percorsa la strada maestra per lo sviluppo del Mezzogiorno rappresentata da una fiscalità di vantaggio finalizzata ad attrarre investimenti e ad agevolare la nascita di nuove imprese.
c. UNO STATO FORTE ED AUTOREVOLE PUO' GARANTIRE L'INTERESSE NAZIONALE E LA SUSSIDIARIETA '. Il federalismo che è emerso in questi anni tende a frammentare il tessuto della nostra comunità nazionale in “stati autonomi” regionali in conflitto con lo “stato centrale”. Questa situazione ha irrigidito tutti i rapporti in un contesto istituzionale fragile come la Conferenza stato-regioni. Ridare allo Stato il ruolo di “istituzione sovraordinata” rispetto a regioni ed enti locali, significa poter gestire in modo più flessibile ed aperto i rapporti tra i diversi poteri istituzionali. Lo Stato dovrebbe poter delegare proprie funzioni alle regioni più virtuose e, con la stessa flessibilità e sussidiarietà, avocare a sé poteri delle regioni inadempienti e funzionalmente deficitarie. Oggi tutto questo è possibile solo in condizioni di conclamata emergenza, mentre un nuovo progetto di riforme istituzionali e una più forte credibilità politica dovrebbe conferire allo Stato quella autorevolezza necessaria per garantire in modo più efficiente l'interesse nazionale.
d. LO STATO E' INDISPENSABILE PER INTERPRETARE IL MEZZOGIORNO COME NUOVA FRONTIERA DI SVILUPPO. I limiti e le opportunità delle sviluppo delle regioni del Sud oggi si possono gestire più a livello statale che non a livello regionale. Il principale limite è quello della sicurezza e del controllo dello Stato sul territorio contro la criminalità organizzata, che non si vince certo a livello di regioni. Poi il problema infrastrutturale, che necessità di forti investimenti statali. Sul piano delle opportunità, il turismo per decollare deve essere pubblicizzato a livello internazionale come sistema-paese. La logistica nel Mediterraneo si lega alle infrastrutture e comunque all'integrazione dell'Italia in Europa. In sintesi il Mezzogiorno ha bisogno di “più Stato” a fianco delle altrettanto necessarie politiche regionali, per migliorare l'accesso al credito, controllare la leva fiscale, gestire gli incentivi, commisurare le politiche sociali e del lavoro.
e. POTERI SPECIALI PER ROMA CAPITALE E FUNZIONI DECENTRATE SULLE ALTRE CITTA'. Il federalismo fiscale e la legge su Roma capitale, devono permettere alla “Città eterna” di avere quei poteri speciali necessari per assolvere ai propri compiti di capitale della Repubblica. Ma parallelamente bisogna continuare nell'opera di decentramento su altre città – segnatamente Milano e Napoli – della sede di funzioni di carattere nazionale. Queste città, oltre alla funzione regionale che esse assolvono, si devono sentire più parte attiva e dirigente della funzione nazionale.
• LA NUOVA QUESTIONE SOCIALE: LIBERARE LE ENERGIE DELLE PERSONE E DELLE COMUNITA'.
C'è la necessità di una profonda “rivoluzione copernicana” nelle politiche sociali e del lavoro. L'esempio più emblematico dell'urgenza di questo cambiamento è la “controriforma” con cui il governo Prodi vuole ridurre lo “scalone” delle pensioni: per confermare un privilegio a 280 mila pensionati, quello di andare in pensione a 58 anni, il centrosinistra sta bruciando 10 miliardi di euro che sarebbero indispensabili per altre politiche sociali: per la famiglia, per i giovani, per i disoccupati, per i non autosufficienti. La rivoluzione copernicana di cui abbiamo bisogno è l'esatto opposto di chi vuole ridimensionare la spesa sociale in nome del rigore finanziario o di schemi ideologici ultra-liberisti. E' in nome di una nuova questione sociale, più autentica e più attuale, che bisogna attaccare l'assistenzialismo e lo statalismo, per liberare l'energia sociale che è necessaria per affrontare la competizione globale. Dobbiamo rifiutare la logica per cui il dinamismo è solo dalla parte delle forze del mercato, mentre il sociale si esprime esclusivamente sul terreno delle tutele, della difesa rigida ed improduttiva di diritti acquisiti. La nuova politica sociale deve garantire a tutti le opportunità, la mobilità sociale, la possibilità di ottenere un giusto reddito con il lavoro, l'impegno e il merito. E' necessario rompere le rendite di posizione e le posizioni dominanti che permettono lo sfruttamento dei lavoratori precari ed ostacolano la nascita e l'affermazione delle nuove piccole imprese. Bisogna garantire l'accesso all'istruzione e ad una formazione qualificata per aumentare il valore professionale e la consapevolezza culturale di tutti i ceti sociali. Bisogna attuare in ogni forma possibile la democrazia economica, per rendere trasparenti i processi economici, per garantire ai lavoratori la partecipazione attiva alla vita delle imprese, per incentivare forme attive di redistribuzione della ricchezza. Dobbiamo favorire l'unità del lavoro, scongiurando ogni forma di “lotta di classe” tra lavoro dipendente e lavoro autonomo ed ogni contrapposizione tra lavoro pubblico e lavoro privato. Al contrario dobbiamo contrapporre il lavoro alla rendita e, in ogni categoria, valorizzare chi si impegna e merita rispetto a chi invece “tira a campare”.
a. IN ITALIA NON SI DEVE RIDURRE LA SPESA SOCIALE , che è una delle più basse tra i paesi europei in rapporto al Pil, ma bisogna riequilibrarla e orientarla verso i principi del merito, della sussidiarietà, della reciprocità, della dignità della persona umana (come peraltro già indicato dai risultati dei lavori della Commissione Onofri istituita durante il primo governo Prodi, che però si guardò bene dall'utilizzare concretamente quei risultati).
b. NELLE POLITICHE DEL LAVORO DOBBIAMO RIPROPORRE IL PROBLEMA DEI REDDITI E DEL POTERE D'ACQUISTO (troppe famiglie sono spinte verso la soglia di povertà…) che oggi si affronta soltanto incrementando la produttività, valorizzando il merito, incentivando le forme di contrattazione più legate ai risultati aziendali e la completa detassazione degli straordinari. Queste forme contrattuali devono spingere verso l'obiettivo storico della partecipazione attiva dei lavoratori nelle imprese, della condivisione del rischio d'impresa e degli utili prodotti.
c. BISOGNA INDIRIZZARE LA RIFORMA DEL PUBBLICO IMPIEGO secondo il principio di equiparazione delle condizioni contrattuali e del rapporto diritti-doveri tra lavoratori pubblici e lavoratori privati, dando una risposta alle crescenti richieste di tutti i cittadini di avere una pubblica amministrazione efficiente, attiva ed onesta. Si deve rifiutare lo slogan secondo cui tutti i dipendenti pubblici sono dei “fannulloni”, ma essere consapevoli che oggi rispetto ai “nullafacenti” i meritevoli non sono valorizzati e i cittadini non sono tutelati.
d. AFFRONTARE LA PIAGA DEL PRECARIATO CHE OGGI COLPISCE SOPRATTUTTO I GIOVANI, garantendo i diritti delle nuove forme contrattuali introdotte dal “Pacchetto Treu” e dalla “Legge Biagi” in un nuovo “Statuto dei lavori” che deve sostituire lo “Statuto dei lavoratori”. Ma è anche necessario introdurre nuove forme contrattuali a tempo indeterminato , meno rigide ed onerose per il datore di lavoro e riservate ai giovani in fase di primo inserimento. Si tratta di una soluzione rischiosa, ma che è l'unica percorribile per facilitare la stabilizzazione dei precari senza tornare ad irrigidire il mercato del lavoro e ad incrementare il ricorso al “lavoro nero”, fortemente ridotto in questi anni proprio attraverso le riforme di Treu e di Biagi. Oltre a questi aspetti normativi è necessario introdurre un sistema articolato di “superbonus” per incentivare le imprese a trasformare i precari in lavoratori stabili.
e. RIFONDARE IL WELFARE SU UNA FORTE CENTRALITÀ DELLA FAMIGLIA E DEL TERZO SETTORE, SECONDO IL MODELLO DEL WELFARE COMMUNITY ispirato al principio della sussidiarietà. Le politiche per la famiglia e per la natalità si realizzano necessariamente attraverso un'apposita “legge-quadro” e attraverso la leva fiscale con l'applicazione del quoziente familiare. Il coinvolgimento del terzo settore deve avvenire sulla base di un pieno rispetto della sua autonomia, attraverso la realizzazione di “quasi mercati” in cui le famiglie e gli utenti siano liberi di scegliere l'organizzazione da cui ricevere il servizio. Bisogna superare, sia a livello centrale che a livello locale, le politiche fondate sulla erogazione di “una tantum” e di sussidi che bruciano risorse senza produrre una trasformazione strutturale delle politiche sociali in Italia. Per ottenere questi risultati sono necessari due interventi legislativi: la revisione della Legge 328 sulla assistenza sociale e una legge-quadro sul settore non profit, a cui sta lavorando “l'Intergruppo per la sussidiarietà” costituito in Parlamento con deputati di maggioranza e di opposizione. Una grande attenzione deve essere mantenuta nel rifiutare qualsiasi tentativo di introdurre riconoscimenti istituzionali di unioni non fondate sul matrimonio : fermo restando il rispetto dei diritti individuali dei conviventi, l'introduzione di formule equivoche come i “dico” o i “pacs” indebolisce la forza coesiva dell'istituto familiare. Al contrario una strada di profonda e positiva modernizzazione dei vecchi assetti familiari italiani deve essere perseguita attraverso una politica di pari opportunità che garantisca l'effettiva parità di genere all'interno della vita familiare e della vita sociale. Uno degli aspetti più positivi della fase politica più recente di An è stata proprio la grande attenzione rispetto a queste problematiche, attenzione necessaria anche per rimuovere i residui di immagine “maschilista” che pesavano sulla destra italiana. Politiche per la famiglia e politiche di pari opportunità si sostengono a vicenda per consentire a tutte le coppie di affrontare la sfida del matrimonio e della procreazione con serenità e senza insostenibili tensioni sociali ed economiche. La diffusione di servizi concreti a sostegno della maternità, come i massicci investimenti recentemente decisi in Germania per moltiplicare la rete degli asili nido, deve essere uno degli assi portanti di una nuova politica sociale.
f. UNA POLITICA CHE RAFFORZI IL POTERE D'ACQUISTO E LA MOBILITÀ SOCIALE DEVE FAVORIRE L'ACCESSO ALLA PROPRIETÀ PER TUTTI I CITTADINI, IN PARTICOLARE IN RELAZIONE AL BENE-CASA. Un profondo rilancio della politica per la costruzione delle case popolari e per l'housing sociale è utile per il rilancio della nostra economia ed è necessario per risolvere i problemi delle giovani coppie e di tutte le fasce di cittadini che oggi non riescono a trovare un'abitazione decente nelle grandi aree metropolitane. Finanziare dei “mutui sociali”, creare fondi di garanzia per il microcredito delle famiglie, difendere i cittadini dal ricatto dell'usura e dai rischi della finanza derivata sono provvedimenti essenziali per muoversi su questo terreno.
g. VALORIZZARE I CORPI INTERMEDI IN CUI SI ORGANIZZA BUONA PARTE DELLA SOCIETÀ CIVILE E DEL CETO MEDIO ITALIANO. Il primo e il secondo governo Prodi, con la scusa delle liberalizzazioni, hanno messo in atto una strategia scientifica per smantellare le tutele e le regole che presiedono il mondo delle professioni, delle categorie produttive e delle piccole imprese del terziario. In realtà siamo di fronte ad interessi particolari ma legittimi, che non devono essere cancellati ma armonizzati con l'interesse generale. Si tratta però di optare per una società libera ma non destrutturata, intessendo un rapporto più profondo e strutturato con le parti sociali, i corpi intermedi e gli interessi legittimi: è quel radicamento nella “società civile organizzata” in cui si deve favorire, attraverso l'applicazione del principio di sussidiarietà, una composizione dinamica e creativa degli interessi particolari legittimi con l'interesse generale e il bene comune.
h. NEL QUADRO DI UN WELFARE REALMENTE ATTENTO ALLA DIGNITÀ UMANA E AL VALORE INVIOLABILE DELLA VITA, È INELUDIBILE UNA NUOVA LEGGE-QUADRO PER LE PERSONE NON AUTOSUFFICIENTI, oggi abbandonate sulle spalle delle famiglie di appartenenza o, peggio, ad una rete di assistenze labile, incerta e priva di attenzione per le persone.
i. UN PIANO STRATEGICO NAZIONALE PER LA SALUTE. In questi anni l'azione di contenimento della spesa sociale si è concentrata in particolare sul finanziamento del sistema previdenziale, ma in realtà a fianco di questa curva di spesa fuori controllo (almeno fino alla riforma operata dal governo Berlusconi) ce ne è un'altra altrettanto devastante per i bilanci dello stato e delle regioni: la spesa sanitaria. In questi anni si sono succedute riforme di piccolo cabotaggio ed interventi parziali che, pur creando grande disagio agli operatori del settore, non sono stati sufficienti né ad elevare la qualità del servizio offerto, né ad aumentarne la sua economicità. Tra sanità pubblica e sanità privata esistono sperequazioni apparentemente incomprensibili, mentre il sistema delle Asl, salvo poche eccezioni, si sta rivelando solo uno strumento di lottizzazione politica e molte regioni sono letteralmente divorate dal disavanzo sanitario. Nella selezione del personale e dei dirigenti prevalgono logiche clientelari a scapito della meritocrazia e della qualità di un servizio così essenziale per i cittadini. E' evidente che in una situazione simile non si può continuare a procedere per aggiustamenti o a scaricare le responsabilità della cattiva gestione da una giunta regionale all'altra. E' necessario un “Piano strategico nazionale per la Salute ” che assuma il significato di una vera e propria “rivoluzione del servizio sanitario nazionale” e che coinvolga in una forte collaborazione sia i poteri dello Stato che quelli regionali, insieme ai rappresentanti della dirigenza medica e sanitaria. L'obiettivo deve essere quello di smantellare il sistema burocratico delle Asl, creare un rapporto realmente virtuoso tra sanità pubblica e sanità privata, qualificare l'assistenza sulle reali necessità del malato e delle famiglie, puntare su una vera opera di prevenzione. Se non si risolvono i problemi del servizio sanitario nazionale qualsiasi tentativo di rendere virtuosa la nostra spesa pubblica, il nostro welfare è destinato a fallire totalmente.
l. IN QUESTA STRATEGIA UN RUOLO DECISIVO DEVE ESSERE AFFIDATO ALLA RIFORMA DELLA CONCERTAZIONE E DELLE RAPPRESENTANZE SOCIALI. Una legge sulla rappresentanza e sulla rappresentatività delle parti sociali e il loro riconoscimento giuridico (realizzato in parallelo al riconoscimento giuridico dei partiti politici), sono provvedimenti non più rinviabili da collegare ad un ruolo meno pletorico del Cnel. L'obbiettivo è quello di garantire partecipazione ai processi decisionali, assunzione di responsabilità con patti ed accordi che favoriscano lo sviluppo e la competitività del sistema, evitando poteri di veto e meccanismi di consociativismo sociale che hanno fino ad ora bloccato la modernizzazione del nostro Paese. Ci vuole dialogo e decisionismo, un forte coinvolgimento delle parti sociali ed altrettanto forte assunzione di responsabilità da parte del decisore politico. Il centrodestra del futuro può ripartire dal “Patto per l'Italia” e dai protocolli legati all'ultimo contratto siglato per il pubblico impiego in cui si prospettavano profondi cambiamenti in favore della mobilità e della produttività. In entrambe quelle occasioni il fronte sindacale si spaccò, con la Cgil che rimase isolata nel suo atteggiamento ideologico di rifiuto aprioristico. Era il seme di un pluralismo sindacale effettivo che avrebbe consentito ai lavoratori di scegliere tra progetti di rappresentanza profondamente diversi: se ad un rilancio di questo pluralismo si aggiunge una rappresentanza effettiva del mondo dei non garantiti, delle categorie del ceto medio e del mondo professionale si può uscire dalla logica dei veti incrociati e costruire un nuovo “Patto per l'Italia” tutto incentrato sulla competitività e sulla produttività del sistema-Italia.
• LA SFIDA DELLA SICUREZZA, DELLE MIGRAZIONI E DELLA CITTADINANZA.
La vicenda dei “lavavetri” a Firenze ha assunto un valore emblematico come tentativo delle amministrazioni di sinistra di appropriarsi dei temi della sicurezza e della lotta all'illegalità diffusa, fino ad ora demonizzati come “tematiche di destra”. Ma queste iniziative-spot non hanno la capacità di affrontare strutturalmente il problema del degrado delle nostre metropoli, che ha radici distinte nel Mezzogiorno d'Italia da un lato e nelle aree del Centro-Nord dall'altro. Nel Mezzogiorno prevale la criminalità organizzata che – su questo versante assume carattere emblematico la vicenda di S. Luca in Calabria – sta rilanciando in modo massiccio le sue reti di contropotere territoriale. E' necessario quindi aprire una nuova stagione nella lotta contro tutte le mafie, consapevoli che la globalizzazione porta con sé una crescita inquietante dei traffici illeciti e dell'impiego finanziario dei “capitali sporchi”. Al Centro-Nord, invece, la causa prevalente dell'illegalità è l'aumento esponenziale di persone senza fissa dimora e senza occupazione legale che si addensano nelle nostre metropoli: immigrati extracomunitari più o meno clandestini, manovalanza del commercio abusivo, nomadi, cittadini comunitari provenienti dall'Est europeo, si addensano in accampamenti non autorizzati, occupano abusivamente immobili, costruiscono favelas sui fiumi e sulle aree non edificate delle periferie. Si tratta di vere e proprie aree sottratte al controllo dello Stato e degli enti locali che divengono il punto di partenza per forme di microcriminalità, di racket e di illegalità di ogni genere. Ecco perché collegare strettamente i problemi della sicurezza con le migrazioni di persone prive di fissa dimora, non è un atteggiamento xenofobo, ma la constatazione di una realtà. Più in generale si tratta di assumere un atteggiamento di estremo rigore contro ogni forma di illegalità, partendo dallo stretto rapporto che ci deve essere tra i diritti e i doveri non solo della cittadinanza italiana, ma anche della semplice residenza in una città. “Serve una lotta all'illegalità a 360 gradi, così come fece Rudolph Giuliani, da sindaco di New York. Combattere la piccola illegalità è propedeutico e a volte strumentale a combattere la grande. Ovviamente non sostituisce la lotta alla grande criminalità, ma la deve affiancare e deve creare nelle nostre città il senso di un ordine che è fatto di regole alle quali tutti ci atteniamo e che a tutti facciamo rispettare.” Queste dichiarazioni non sono state fatte da un esponente della destra ma da Giuliano Amato, Ministro dell'Interno del governo di centrosinistra.
a. E' NECESSARIO UN PROVVEDIMENTO DI LEGGE, ANCHE SOTTO LA FORMA DI DECRETO, CHE INTRODUCA NUOVE NORME PER COMBATTERE IL FENOMENO DILAGANTE DEGLI INSEDIAMENTI DI PERSONE SENZA FISSA DIMORA NEL TERRITORIO NAZIONALE E IN PARTICOLARE NELLE METROPOLI. Reati come il vagabondaggio, l'occupazione abusiva, l'accattonaggio molesto, lo sfruttamento dei minori e delle donne, l'abusivismo commerciale e la contraffazione delle merci, devono avere precise e severe sanzioni penali. Ma è anche necessario istituire delle “aree” che, senza giungere alla detenzione in carcere, limitino la libertà di movimento di coloro che non hanno una residenza legale. Come la legge Fini-Bossi ha introdotto i Centri di Permanenza Temporanea (CPT) per garantire l'espulsione degli immigrati senza permesso di soggiorno, ugualmente bisogna istituire dei “centri di transito” sorvegliati dove far risiedere temporaneamente le persone senza fissa dimora, in particolare i nomadi, che vengono sgombrati dagli insediamenti abusivi. Inoltre bisogna definire gli strumenti giuridici che consentano l'espulsione dal territorio nazionale anche per i cittadini comunitari: nel momento dell'ingresso della Bulgaria e della Romania nell'Unione europea, il governo italiano non ha preso nessuna precauzione per scongiurare i flussi di migrazione interna, nonostante siano ben 17 milioni i nomadi in movimento all'interno dei confini europei e le direttive comunitarie prevedano con chiarezza la possibilità di espulsione di cittadini di un altro stato membro che non hanno una residenza legale. L'obiettivo deve essere quello di tentare di stabilire un “numero chiuso” di nomadi e di immigrati all'interno di ogni metropoli, nella consapevolezza che solo questa precondizione potrà permettere il dispiegarsi di autentiche politiche di solidarietà e di integrazione, rivolte soprattutto ai minori e ai soggetti deboli che oggi subiscono forme di sfruttamento ripugnanti.
b. CONTRO LA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA È TEMPO CHE IL GOVERNO TORNI A DICHIARARE LO STATO DI EMERGENZA, con l'utilizzo massiccio dell'esercito per presidiare il territorio, con interventi drastici per spezzare le reti di solidarietà mafiosa. L'esempio umano e professionale di Paolo Borsellino, uomo di destra divenuto servitore dello Stato come magistrato, deve essere per Alleanza Nazionale una “icona” che ci spinga ad un massimo di attenzione e di rigore per contrastare questo fenomeno che impedisce lo sviluppo corretto del Mezzogiorno d'Italia.
c. IL VALORE DELLA LEGGE E DELL'ORDINE, LA STRETTA CONNESSIONE TRA SICUREZZA E GIUSTIZIA NON DEVONO ESSERE PIU' LETTI IN UNA CHIAVE REPRESSIVA ED ANTISOCIALE. La sicurezza è oggi il primo dei valori sociali, senza il quale ogni progetto di vita associata ed ogni forma di rispetto della dignità umana vengono profondamente vulnerati. La cittadinanza italiana, pertanto, deve essere connessa ad una precisa tavola di diritti e di doveri, compresi quelli della residenza non abusiva e del lavoro legale. Vanno respinti tutti i tentativi di abbassare il numero di anni di residenza in Italia necessari per ottenere la cittadinanza, anche perché deve essere mantenuta come preferenziale l'idea di un rientro dell'immigrato nella propria terra di origine dopo un certo arco di tempo, dando al lavoro degli immigrati un carattere stagionale e rotazionale, utile anche per riportare nei paesi del terzo mondo un capitale umano professionalizzato ed esperto.
d. LA VALORIZZAZIONE DELLA PROFESSIONALITÀ E LA TUTELA ECONOMICA DEL PERSONALE DELLE FORZE DI PUBBLICA SICUREZZA È UNA NECESSITÀ NON SOLO PRATICA MA ANCHE SIMBOLICA. Non si ripristina l'autorità dello Stato se non si parte dal suo nucleo più interno, rappresentato appunto da coloro che servono le istituzioni in divisa. Aumentare le forme di specializzazione e di coordinamento tra le diverse forze di polizia, compresa quella municipale, è un modo per finalizzare meglio le risorse e per garantire una piena copertura istituzionale e politica di chi opera in prima linea.
e. RIPRISTINARE IL PIENO E TEMPESTIVO FUNZIONAMENTO DELLA GIUSTIZIA, PENALE, CIVILE ED AMMINISTRATIVA, È LA STRADA MAESTRA PER GARANTIRE LA CERTEZZA DELLA PENA E LA SICUREZZA DEL CITTADINO. Per questo una delle prime riforme da compiere è un grande investimento nel settore della giustizia, che metta la magistratura e la polizia giudiziaria in condizione di operare in condizioni ottimali, anche con la piena digitalizzazione degli uffici giudiziari. Senza negare i fondamenti del garantismo a difesa dell'imputato, l'emergenza sicurezza oggi ci deve portare ad un atteggiamento di rigore, di aspra sanzione per le recidive, di garantire la carcerazione preventiva per i reati di maggiore allarme sociale.
f. RIAPRIRE UN DIALOGO CON LA MAGISTRATURA PER RIPRISTINARE UN CORRETTO RAPPORTO TRA LE ISTITUZIONI. Alleanza Nazionale deve rompere il muro di incomunicabilità che si è creato nel tempo tra il centrodestra e la magistratura italiana. Bisogna distinguere le minoranze ideologizzate dalla grande maggioranza dei magistrati che non sono collocabili politicamente. Con questa maggioranza si può ricostruire un confronto e una collaborazione al servizio delle istituzioni e dei diritti del cittadino.
g. È OPPORTUNO SEGUIRE L'ESEMPIO FRANCESE (SENZA CREARE PERÒ UN NUOVO MINISTERO) TRASFORMANDO IL NOSTRO MINISTERO DELL'INTERNO IN UN “MINISTERO DELL'INTERNO E DELL'IDENTITÀ NAZIONALE”, in modo da creare un punto di coordinamento di tutte le politiche volte a valorizzare la nostra identità nazionale e la cittadinanza italiana.
• INTEGRAZIONE EUROPEA E GOVERNO DELLA GLOBALIZZAZIONE: TURCHIA, CINA.
I valori identitari entrano pesantemente nelle politiche economico-sociali proprio misurandosi con le contraddizioni e gli squilibri della globalizzazione e della integrazione europea. Giulio Tremonti, elaborando la definizione di “mercatismo”, ha lanciato parole d'ordine molto forti sui “rischi fatali” della globalizzazione. Alleanza nazionale, il partito dell'identità e dell'interesse nazionale, deve affrontare questi temi senza paura e senza subalternità culturale rispetto al politically correct della sinistra liberal . La globalizzazione così come si sta sviluppando, porta ad un livellamento verso il basso dei redditi, della socialità, delle tutele, del tenore di vita complessivo, attacca soprattutto il ceto medio che rischia di essere azzerato. Siamo capaci di farci promotori in Italia ed in Europa di una politica che raccolga il “grido di dolore” di tante imprese italiane che subiscono la concorrenza sleale delle produzioni dell'estremo oriente e dei paesi emergenti? Siamo pronti a costruire, insieme a tutte le destre continentali, un nuovo paradigma per un governo sociale, ambientale ed identitario della globalizzazione? La connessione tra integrazione europea e governo della globalizzazione è evidente, anzi potremmo dire che l'obiettivo primario dell'UE dovrebbe essere quello di aiutare i popoli europei a confrontarsi con il mercato globale. Fino ad oggi, nei vari round negoziali del Wto, si è visto esattamente il contrario: la Commissione europea è rimasta totalmente subalterna agli altri interessi in gioco, quelli degli Stati Uniti, quelli dei paesi emergenti, ma soprattutto quelli dei grandi gruppi economici e finanziari che puntano ad una apertura indiscriminata dei mercati.
a. UNA NUOVA STRADA PER L'INTEGRAZIONE EUROPEA. Soprattutto su questi temi il Presidente Sarkozy ha mostrato di avere le idee molto chiare: “non c'è Europa forte senza la Francia , né una Francia forte senza l'Europa”. Al di là dell'antica presunzione francese di considerarsi il cuore del Continente, questa frase significa riprendere la vecchia strategia gollista dell' Europa delle patrie , ovvero di una integrazione che non cancella ma rafforza le identità nazionali nello scenario mondiale. L'Italia deve appoggiare l'idea di un trattato semplificato, basato su poche questioni essenziali e sul ridimensionamento dell'esasperazione ideologica del principio della concorrenza interna. Soprattutto dobbiamo fare ogni sforzo per entrare nel “direttorio” europeo che si sta costituendo attorno all'asse franco-tedesco: l'arrivo dell'Italia completerebbe il “nocciolo duro” dei paesi fondatori. Solo l'esistenza di questo “nocciolo duro” permetterà il ritorno di quella guida politica di cui ha bisogno il vecchio Continente per costruire il suo futuro.
b. DOBBIAMO MANIFESTARE NETTA CONTRARIETA' ALL'INGRESSO DELLA TURCHIA NELL'UNIONE EUROPEA. Abbiamo sotto gli occhi l'effetto devastante dell'entrata della Romania in Europa, evento che è diventato la causa principale della nostra incapacità a governare le periferie delle nostre metropoli. Possiamo continuare a non prendere decisamente posizione contro l'ingresso nella UE di una Nazione culturalmente e geograficamente estranea all'Europa? Questo è un tema che lancia un forte messaggio politico: non è un caso che Nicolas Sarkozy ne abbia fatto uno dei punti fondamentali della sua campagna elettorale. Ma anche José Maria Aznar si è espresso chiaramente: “l'Europa non è illimitata nei suoi confini: l'ingresso della Turchia in Europa, per esempio, non mi trova d'accordo. Mi sento di dire chiaramente che una sua adesione è attualmente impossibile. Certo gli scambi devono essere incoraggiati e rinforzati in più settori, ma i responsabili europei devono avere l'onestà di dire che l'adesione turca è attualmente impossibile. Penso che l'Unione europea non sia capace di assimilare una popolazione di 80 milioni di abitanti in maggioranza musulmani, non ancora pronti alle norme, alla mentalità e alle istituzioni europee. Non dimentichiamo che con il Trattato europeo semplificato, che prevede un sistema di poteri basato sulla maggioranza qualificata (che privilegia la demografia), la Turchia diventerà il paese con la maggiore percentuale di voti al Consiglio e al Parlamento europei. Conviene dunque privilegiare delle relazioni speciali, ma non l'adesione, e in ogni caso non allo stato attuale”. Può An avere su questo tema delle posizioni più “moderate” di Aznar e Sarkozy?
c. L'ITALIA DEVE CHIEDERE ALL'EUROPA DI RINEGOZIARE IL PARTENARIATO EUROMEDITERRANEO. La Zona di Libero Scambio euromediterranea (ZLS) decisa dalla Conferenza di Barcellona del 1995 dovrebbe entrare in vigore tra 3 anni, nel 2010. Nel marzo scorso il Parlamento europeo – in un documento approvato a larga maggioranza – dopo aver deplorato che gli obiettivi principali del processo di Barcellona «siano ancora lungi dall'essere conseguiti» e dopo aver ribadito la preoccupazione «per la mancanza di una chiara definizione della politica mediterranea dell'Unione europea», ha sostenuto che la data del 2010 per la creazione della ZLS «dovrà probabilmente essere rivista» per tener conto dei molti cambiamenti strutturali nell'economia mondiale verificatisi dal 1995 e della necessità di un «approccio più cauto al libero scambio tra partner disuguali». E' necessario che il tema dell'integrazione mediterranea – in linea con il documento del Parlamento di Strasburgo – venga posto con forza dall'Italia in sede europea, sia per chiedere un maggiore impegno politico ed economico degli organismi dell'Unione in questa area, sia per rinegoziare gli obiettivi della Conferenza di Barcellona che oggi appaiono irrealistici e pericolosi per l'economia di tutti i paesi europei e in particolare per l'Italia. In questa prospettiva l'impegno politico e militare del nostro Paese in Medioriente deve essere ispirato non solo dalla volontà di contribuire ad un definitivo accordo di pace e di pari dignità tra lo Stato di Israele e lo Stato palestinese, ma anche dalla prospettiva di una guida italiana dell'integrazione euromediterranea.
d. L'EUROPA DEVE SOTTOPORRE AD UN FORTE VAGLIO CRITICO GLI OBIETTIVI DEI NEGOZIATI DEL WTO. Su questo terreno dobbiamo mantenere le “preferenze”, ovvero la riduzione preferenziale dei dazi su alcune aree e per alcuni paesi obiettivo (come i paesi del Mediterraneo e i Pma, i paesi meno sviluppati) e i “contingenti”, ovvero quantitativi di merce provenienti da specifici paesi a cui vengono concessi dazi ridotti in base a specifici interessi economici. Contemporaneamente deve procedere il multilateralismo umanitario, sociale, ambientale ed alimentare. Le economie che competono sul mercato globale non possono avere delle regole così divaricate da configurare un vero e proprio dumping sociale ed ambientale . La negazione dei diritti umani e dei diritti dei lavoratori, la mancanza di libertà civili e politiche, l'insufficienza di regole contro l'inquinamento e la distruzione delle risorse ambientali, determinano una concorrenza sleale che oltre a mettere in crisi le economie dei paesi europei, producono un livellamento verso il basso della qualità della vita dei popoli di tutto il pianeta. Per questo i paesi europei per aprire i loro mercati devono pretendere la riduzione, se non l'azzeramento, di queste forme di dumping , imponendo una connessione tra i negoziati multilaterali del Wto e quelli delle Agenzie dell'Onu, in particolare la Fao a cui si dovrebbe aggiungere una nuova specifica agenzia dedicata ai negoziati ambientali. E' evidente il contenuto etico oltre che economico di queste questioni: non è possibile continuare ad avere rapporti commerciali con paesi che non rispettano i diritti umani.
e. RENDERE CENTRALE LA QUESTIONE CINESE. Alleanza Nazionale deve affrontare i temi economici ma soprattutto sociali e civili imposti dalla “questione cinese”. Senza sottovalutare le opportunità che il mercato cinese può rappresentare per le esportazioni italiane, non si può non garantire la tutela delle imprese e dei lavoratori italiani che subiscono un'invasione senza precedenti di prodotti a prezzi stracciati. Coldiretti ha recentemente sottolineato che un prodotto cinese su cinque non risponde ai requisiti di qualità e sicurezza, secondo i dati dell'Amministrazione Generale per il Controllo della Qualità, l'organismo statale asiatico addetto al controllo del rispetto delle norme di sicurezza. Si tratta di una situazione preoccupante per l'Italia, che ha aumentato del 78% in valore le importazioni di prodotti alimentari dalla Cina nei primi tre mesi del 2007. Il problema della qualità (oltre ai dentifrici, ai vestiti e ai giocattoli, c'è persino il cibo per cani made in China alla melanina tossica) è naturalmente legato ai costi di produzione e alle condizioni dei lavoratori nell'industria cinese che, tra l'altro, è tra le più inquinanti del mondo. Se a questo si aggiunge la realtà del regime comunista cinese, del suo spietato totalitarismo politico connesso ad un liberismo selvaggio, non si comprende perché – se non per interessi economici peraltro non coincidenti con l'interesse nazionale – l'Italia riservi alla Repubblica popolare un trattamento ben diverso da quello adottato verso altri paesi che violano i diritti umani. Per Alleanza Nazionale, anche in vista delle Olimpiadi del 2008 e degli appelli dei dissidenti che si moltiplicano in occasione di questa scadenza, si impone la necessità di lanciare una campagna politica e comunicativa non dissimile nel significato politico da quella condotta nei decenni passati contro il comunismo dell'Unione Sovietica.
f. I PERICOLI DELLA GLOBALIZZAZIONE FINANZIARIA. Innanzitutto i problemi posti dai “Fondi sovrani”, ovvero quei fondi di investimento creati e direttamente gestiti dai governi di nazioni con grandi disponibilità di denaro liquido, in base non solo a logiche economiche di massimizzazione del profitto, ma anche in base ad obiettivi politici. Si tratta di fondi di grande – e crescente – consistenza, alimentati dagli enormi ricavi consentiti dal commercio di fonti energetiche (nel caso dei paesi del Golfo o della Russia) o da eccezionali surplus commerciali (come nel caso della Cina e di altri paesi del sud-est asiatico). La Cina , che dispone già oggi di oltre mille miliardi di dollari di riserve, ha dato vita ad un'Agenzia d'Investimenti di Stato, che avrà una dotazione di partenza di 200 o 300 miliardi di dollari, destinati a diventare rapidamente il doppio. Se si calcola che l'intero “Piano Marshall” equivarrebbe oggi a 100 miliardi di dollari, si capisce che siamo davanti al più grande investimento mai fatto da un governo. Complessivamente, già oggi l'ammontare di risorse direttamente gestito da Fondi Sovrani si aggira sui 2.500 miliardi di dollari, con la prospettiva di un aumento a 12.000 miliardi entro il 2015. Dunque, la globalizzazione finanziaria di taglio “anglosassone”, come la abbiamo conosciuta fino a oggi ha serie e concrete probabilità di essere investita in tempi brevi da un'onda sismica destinata a sconvolgerne le regole, mettendo le motivazioni di carattere esclusivamente economico se non in secondo piano, quantomeno sullo stesso piano di molte e insidiose motivazioni di carattere politico. Questo spiega perché i politici europei più avveduti (in questo caso soprattutto e per prima Angela Merkel), abbiano già questa estate rotto molti tabù sul “libero mercato”, parlando apertamente di aggiornare le normative in funzione di difesa rispetto alla azione dei “Fondi Sovrani”. Da quando è diventato di pubblico dominio che all'interno del capitale di Blackstone (il più grande fondo di “private equity” del mondo, che detiene importanti partecipazioni in numerose aziende tedesche, compresa una quota di Deutsche Telekom), il maggiore socio “esterno” era il Ministero delle Finanze della Repubblica Popolare Cinese, la Cancelliera tedesca non ha perso occasione per ribadire la necessità che l'Unione Europea si dia quanto prima nuove regole comuni per filtrare gli investimenti lanciati da Fondi Sovrani, specie di paesi dalle dubbie basi democratiche o apertamente autoritari come nel caso della Cina. Quando è scoppiato il caso EADS, addirittura due commissari europei come Peter Mandelson (Commercio) e Gunter Verheugen (Industria) si sono apertamente schierati a favore dell'uso della golden share, per preservare il controllo sulle industrie strategicamente e politicamente sensibili. In autunno la Commissione UE riunirà un gruppo di lavoro di 5 commissari proprio per riflettere sulla questione degli investimenti dei Fondi Sovrani in imprese europee. E' necessario che anche l'Italia indichi con forza una strada analoga a quella su cui si stanno muovendo Sarkozy e Merkel: un “colbertismo europeo concordato” che potrebbe passare anche attraverso la creazione di un grande Fondo Comunitario alimentato da risorse pubbliche e private, per investire in imprese europee che possano diventare colossi competitivi sul mercato mondiale, come suggerito da Alberto Quadrio Curzio sul “Sole 24 Ore”. Oltre a ciò la grave crisi finanziaria (di borsa e di contrazione del credito su scala globale) innescata in agosto dalla esplosione del fenomeno “mutui subprime”, ha messo in evidenza come la globalizzazione finanziaria nella sua attuale versione nasconda dei gravi pericoli per l'economia reale, facendo pagare gli errori di chi opera in questo mercato alla generalità delle persone, anche in termini di punti persi di Pil (almeno uno 0,3% nel caso dell'Italia secondo le ultime stime). Ciò impone una attenta riflessione sulla effettiva sostenibilità di un mercato “cartaceo” fuori controllo e sulla necessità di una iniziativa europea per adottare nuove norme internazionali per regolamentare in modo più efficace questo settore.
• IL MODELLO ITALIANO E LA DIFESA DELL 'INTERESSE NAZIONALE PER TORNARE AD ESSERE COMPETITIVI.
Sul versante dello sviluppo economico e della competitività, dopo la “ripresina” che si è sviluppata a cavallo tra il 2006 e il 2007, gli indicatori ci descrivono uno scenario non entusiasmante per il nostro Paese. Senza una massiccia dose di riforme strutturali è impensabile che l'Italia possa essere competitiva nell'economia globale, tornando a crescere nella media europea. Non solo: mentre il nostro Governo si avvita in “controriforme” volte a cancellare quanto era stato fatto di positivo nella precedente legislatura, Germania e Francia stanno già attuando riforme fortemente incisive per la modernizzazione delle rispettive economie. Abbiamo prima indicato alcuni di questi interventi riformisti sul fisco, sulla globalizzazione, sulle politiche del lavoro e sulla sicurezza. Per aggiungere altri elementi bisogna misurarsi con la specificità del modello italiano e del nostro interesse nazionale, per non commettere l'errore – sempre presente nelle proposte di matrice culturale liberista – di delineare ricette che pretendono di essere uguali per tutti i diversi contesti nazionali. La “modernizzazione” non può seguire strade uguali ad ogni latitudine e in ogni continente: infatti molte “agende delle riforme” proposte nel nostro Paese sono rimaste inattuate non solo per inerzia politica, ma anche per l'estraneità di queste ricette al contesto storico, economico e sociale italiano.
a. UN MODELLO ECONOMICO CENTRATO SULL'IMPRESA. In termini di modello economico è necessario sgombrare il campo da qualsiasi residuo ideologico, sia in termini di sopravvivenze neo-keyniesiane che in termini di dogmatismo ultra-liberista. Scrive Giulio Tremonti nella sua “Lectio Tremontiana”: “nel governo ordinario, in specie nel dominio economico, la formula prevalente, dominante, non è e non sarà più una formula ideologica. Ma piuttosto una formula empirica. Una formula come questa: Market if possible, government if necessary . È questa una formula politica di tipo non universale, ma all'opposto, per definizione, di tipo particolare. Una formula che mira a soluzioni ad hoc , basate sull'equilibrio dinamico tra principi diversi e tra di loro potenzialmente opposti”. Questo approccio non-ideologico non esclude anzi prevede valori forti, che nel nostro caso non possono non essere l' impresa e il lavoro . Ma l'esperienza dei “lavori socialmente utili” e molti altri casi di lavoro creato artificialmente, ci indicano che il valore primario rimane l'impresa, intesa come combinazione di investimento finanziario, impegno di lavoro, capacità di stare sul mercato. Se si aggiunge anche una esternalità positiva si definisce una impresa socialmente responsabile . Ebbene quello di cui c'è particolarmente bisogno in Italia è un “modello economico centrato sul valore dell'impresa socialmente responsabile”, ovvero di un'insieme di interventi coerenti volto a governare non astratti parametri macroeconomici ma la crescita di un tessuto vivo e competitivo di imprese. Ad esempio la Banca centrale europea, mantenendo in questi anni un tasso di sconto troppo elevato, ha governato al meglio fattori macroeconomici come l'inflazione e la stabilità monetaria, ma ha fortemente penalizzato il sistema delle imprese europee. In una “politica economica per l'impresa”, invece, bisogna promuovere tutte le pre-condizioni favorevoli per la nascita di nuove imprese, per la crescita dimensionale e soprattutto per la competitività sul mercato globale: accesso al credito, innovazione e ricerca, internazionalizzazione, costo del lavoro e relazioni industriali, formazione, infrastrutture, sicurezza e lotta contro ogni forma di illegalità, promozione e commercializzazione, energia e accesso alle materie prime, produzione e certificazione della qualità, lotta alle posizioni dominanti e alle rendite di posizione, regolazione, trasparenza ed apertura dei mercati, incentivi alla nascita, alla crescita dimensionale e all'esternalità positiva. L'attenzione a questi fattori per le piccole e medie imprese viene definito “giardinaggio economico”: le imprese sono viste come piante curate per crescere e moltiplicarsi.
b. MADE IN ITALY E MODELLO ITALIANO. Vi sono numerosi elementi che distinguono il “modello italiano”, oltre alla prevalenza di piccole e medie imprese. L'incredibile bagaglio storico, artistico e culturale che caratterizza la nostra Nazione e la creatività della nostra gente, determina la grande propensione allo stile, al design e alla qualità del produrre italiano, il grande valore dell'impresa artigiana, una non esaurita capacità di creare brevetti e soluzioni tecnologiche originali ed avanzate, utilizzate dalle Pmi ma anche da grandi gruppi spesso di proprietà pubblica. Questo è il primo pilastro del nostro modello. Contemporaneamente il valore del paesaggio e dell'ambiente, della tradizione agricola ed alimentare, la diffusione di beni artistici e culturali, spinge una parte importante del nostro modello di sviluppo verso la valorizzazione del territorio. Turismo, produzione agroalimentare, produzione di bio-energie, industria culturale, “wellness” come diffusione di benessere, sono un secondo pilastro del modello italiano. Il terzo pilastro è la logistica di un paese posto al centro del Mediterraneo, una rete tutta da sviluppare ma che ha già prodotto il miracolo del porto di Gioia Tauro, le cui potenzialità cresceranno insieme alla progressiva apertura del Mediterraneo agli scambi globali.
c. LE POLITICHE DI DISTRETTO E DI FILIERA. La prevalenza di Pmi nel tessuto produttivo italiano, impedisce di praticare una politica come quella francese dei “campioni nazionali”, ovvero di grandi gruppi produttivi che trainano il sistema produttivo e vengono tutelati in nome dell'interesse nazionale. In Italia quella che bisogna perseguire è una politica di integrazione di filiere e di distretti produttivi. I distretti si qualificano come una rete (non necessariamente fisica e territoriale) di imprese che operano nello stesso settore e in parallelo: ad es. i distretti del mobile, delle calzature, del tessile, aree turistiche e territori a forte identità agroalimentare. Le filiere invece sono costituite da imprese che operano in sequenza attraversando diversi stadi di lavorazione, di servizi e di distribuzione: ad es. le filiere agroalimentari della pasta, della lavorazione delle carni, oppure le diverse filiere della produzione meccanica. Le due dimensioni possono facilmente incrociarsi, costituendo sistemi complessi ed integrati. Ma quello che bisogna comprendere è che si tratta di una moltitudine di sistemi sorti spontaneamente e spesso legati da equilibri fragili, che devono essere rafforzati con politiche di integrazione (garanzie comuni per l'accesso al credito, servizi, forniture e infrastrutture comuni, semplificazione del prelievo fiscale, contrattazione territoriale, incentivi alle fusioni, ecc.) e con politiche di settore (centri specializzati di ricerca e di formazione, accesso alle materie prime, normative specifiche per garantire la sicurezza, la qualità e la riconoscibilità del prodotto, politiche dei prezzi controllati, promozione dei marchi e commercializzazione del prodotto,…). Qui tocchiamo un tasto delicato: la cultura economica liberista ha da tempo denunciato come “dirigiste” le “politiche di settore”, con il risultato che la “politica industriale (sarebbe meglio dire produttiva)” e dei servizi si è despecializzata, concentrandosi solo sugli interventi “orizzontali” validi indifferentemente per ogni tipo di impresa. Le politiche di settore si attuano ormai solo in condizioni di crisi e di emergenza, bruciando risorse non per aiutare la nascita o la crescita di realtà promettenti, ma per assistere imprese decotte. Le politiche di distretto e di filiera, possono però essere concepite non in chiave dirigista se partono da “tavoli di concertazione” specifici dove il protagonismo rimane nelle mani del sistema produttivo e non passa alla politica o alla burocrazia pubblica. Insomma il dirigismo e l'assistenzialismo pubblico si devono evitare non cancellando le politiche di settore (che in Europa continentale stanno ampiamente ritornando attraverso i “campioni nazionali”), ma ridefinendole in base a principi di partecipazione e sussidiarietà.
d. LIBERALIZZAZIONI E PRIVATIZZAZIONI CONTRO TUTTI I MONOPOLI. Anche su questi argomenti vanno fatte delle chiarificazioni preliminari, per evitare che le scelte vengano condizionate da equivoci terminologici e pregiudizi ideologici. L'Italia, soprattutto sotto la spinta del centrosinistra, negli ultimi anni ha fatto molte privatizzazioni e pochissime liberalizzazioni . Adesso, con le “lenzuolate” di Bersani, la sinistra liberal si sta molto dedicando a delle false liberalizzazioni, che in realtà sono solo delle operazioni di deregolamentazione (deregulation). Vediamo la differenza. Le privatizzazioni sono la vendita, totale o parziale, di patrimoni o aziende dagli enti pubblici a soggetti privati. E' evidente che in tali operazioni non c'è nessun valore in termini di concorrenza, perché un monopolio pubblico di trasforma in un monopolio privato ed anzi in questo modo può gestire in modo ancora più deciso la sua posizione dominante. Le liberalizzazioni sono invece l'effettiva cancellazione di monopoli, ottenuta aprendo al mercato una determinata attività economica. Infine le deregolamentazioni, come dice la parola, sono la cancellazione di norme e vincoli che regolano un settore di attività. Questa cancellazione può essere utile e necessaria quando le regole in questione sono vecchie o eccessive, ma l'obiettivo deve essere quello di introdurre nuove norme più snelle e moderne. Al contrario per Bersani e per tutta la sinistra l'obiettivo è solo quello di cancellare le norme senza sostituirle con nulla o quasi. Il risultato di questa “tabula rasa” è quello di creare una “giungla” in cui prevalgono i più forti, ponendo le premesse per la nascita di nuove posizioni dominanti e di più forti monopoli. E infatti tutte le “liberalizzazioni” di Bersani hanno rappresentato una vittoria della grande distribuzione contro il piccolo commercio, dei grandi studi associati contro i piccoli professionisti, delle grandi cooperative contro gli artigiani e i lavoratori autonomi: tutti colpi contro le categorie del già debole ceto medio italiano. Da questa breve disamina si possono ricavare delle indicazioni di massima per intervenire nella situazione italiana: liberalizzare il massimo possibile, privatizzare con molta cautela, deregolamentare non per cancellare le regole ma per rinnovarle . Per cui nei servizi pubblici, non dominati da monopoli naturali, si deve aprire il più possibile al mercato, smantellando le società pubbliche in eccesso, che invece sono cresciute soprattutto a livello locale. Per quanto riguarda la vendita dei “gioielli di famiglia” (Finmeccanica, Eni, Enel, Rai…), fermo restando che devono operare in condizioni di mercato, bisogna muoversi con molta prudenza perché, fino ad oggi, questo tipo di privatizzazioni non ha sortito grandi effetti positivi (pensiamo alla vicenda Telecom) e spesso ha offerto l'occasione per operazioni di smantellamento di interi pezzi di economia reale (vedi acciaierie di Terni). Opportuno e necessario è invece continuare l'opera di dismissione del patrimonio immobiliare e del demanio pubblico, per correggere il paradosso di uno Stato finanziariamente debole ma ricco di patrimonio poco utilizzato. Per quanto riguarda le deregolamentazioni, non bisogna fare più “lenzuolate”, ovvero provvedimenti-omnibus di cancellazione di norme, ma vere e serie riforme settoriali gestite dai ministri competenti (vedi il caso della riforma delle professioni).
e. CONTRO I RITARDI E CONTRO I VETI:UNA FORTE POLITICA PER LIBERARE L'ITALIA DALLA DIPENDENZA ENERGETICA E DAL DEFICIT INFRASTRUTTURALE. Uno dei fattori che rendono poco competitiva l'impresa italiana è l'alto costo dell'approvvigionamento energetico. Dopo l'abbandono del nucleare, la creazione di nuovi impianti di produzione e di trasporto dell'energia è stato portato avanti senza un quadro strategico di riferimento e con la continua difficoltà creata da proteste localistiche spesso immotivate. La situazione si aggrava anno dopo anno, anche in relazione alla crescente competizione con i paesi emergenti e con i paesi produttori per mantenere sufficienti quote di carburanti fossili. Si tratta di una situazione che richiede una forte politica energetica nazionale, capace di imporre a regioni e comuni riottosi l'interesse generale del Paese, spezzando la rete dei veti (ma anche superando la mancanza di programmazione) che paralizza l'adeguamento al resto d'Europa delle nostre infrastrutture energetiche. Contemporaneamente bisogna giungere a decisioni strategiche che permettano all'Italia di superare nel medio termine l'eccessiva dipendenza dalle fonti di origine fossile, superando ogni pregiudizio ideologico sulle diverse forme di produzione energetica, nucleare compreso, e incrementando significativamente l'investimento in ricerca ed innovazione tecnologica. Per quanto concerne il pesante deficit infrastrutturale si deve tornare allo spirito del 2002 (e della famosa Legge obiettivo) con cui si mise in moto un meccanismo di investimento di grande portata, di aggiornamento normativo, di accelerazione delle procedure e di superamento della Legge Merloni. In più, rispetto al periodo del Governo Berlusconi, bisogna aggiungere una più forte capacità di programmare e di concertare le scelte sul territorio, non per subire i veti delle amministrazioni locali ma per cercare di creare un clima di consenso attorno a delle strategia chiare e coraggiose.
• CULTURA, FORMAZIONE, SCUOLA, UNIVERSITA' E RICERCA: LA RIVOLUZIONE DEL MERITO E DELLA QUALITA'.
Parlando dello sviluppo economico, abbiamo sottolineato l'importanza del processo formativo e della elaborazione culturale. L'Italia dovrebbe essere in tutti i sensi la “culla della cultura”, eppure conosciamo bene lo stato della nostra scuola e della nostra università, che riverbera negativamente sulla ricerca scientifica, sulla formazione tecnica, sulla elaborazione culturale e sulla creazione artistica. Un intervento drastico di “rottura” con un sistema ormai avvitato su se stesso è necessario: si deve realizzare una vera e propria rivoluzione del merito e della qualità contro il “trust culturale” creato negli ultimi quarant'anni dalla sinistra. Senza una tensione verso l'eccellenza, il miglioramento di sé, la competizione leale, il rigore senza paternalismo, non si rimette in moto questa macchina, essenziale non solo per il nostro sviluppo economico, sociale e civile, ma anche per la riproduzione stessa del nostro patrimonio culturale. L'identità nazionale è un fattore essenzialmente culturale e il processo formativo è decisivo per mantenere in vita questo senso di appartenenza, a cominciare dalla vitalità della lingua italiana oggi messa in crisi da molteplici processi di omologazione linguistica.
a. È ESSENZIALE RAGGIUNGERE UNA PIENA LIBERTÀ DI SCELTA DELLE FAMIGLIE TRA SCUOLA STATALE E SCUOLA “LIBERA”. Non è solo una concessione alle richieste che vengono dal mondo cattolico: per ottenere la qualità della formazione è necessario mettere in competizione istituti e modelli scolastici diversi. Per evitare che si creino delle “scuole ghetto”, lo Stato deve essere in grado di controllare e di verificare il livello di istruzione che viene offerto al discente dai diversi istituti scolastici e la loro capacità di attivare sistemi che favoriscano l'integrazione, rompendo un vecchio compromesso che vede la “scuola privata” abbandonata a sé stessa, senza controlli ma anche senza sostegni.
b. PER REALIZZARE LA RIVOLUZIONE DEL MERITO È NECESSARIA LA PARTECIPAZIONE ATTIVA DEL MONDO STUDENTESCO. Bisogna diffondere una nuova consapevolezza tra i giovani, il cui movimentismo non deve essere più caratterizzato da rivendicazioni demagogiche, ma dalla volontà di far tornare la qualità e il merito al centro della scuola e della università. Il modello che proponiamo non è quindi quello paternalista ed autoritario che impone una ”disciplina puramente formale” agli studenti, ma quello di una partecipazione attiva e responsabile, di una autodisciplina consapevole. A quarant'anni dal '68 il nostro sistema educativo ha bisogno di una nuova “contestazione studentesca” di segno opposto e contrario, per cancellare definitivamente l'egualitarismo e il livellamento dalla cultura italiana.
c. LA STRADA DELL 'AUTONOMIA UNIVERSITARIA DEVE ESSERE PERCORSA FINO IN FONDO. Il cuore dell'autonomia universitaria, la libertà di insegnamento e di ricerca, oggi è aggredita non tanto da ingerenze di tipo dirigistico ma dalla crescita interna di reti clientelari di cooptazione. Solo un'accentuata sfida competitiva tra i diversi atenei, una raccolta di risorse strettamente legata ai risultati della ricerca, rigorosi criteri nazionali di selezione dei docenti e dei ricercatori, possono rompere questo circolo vizioso che rischia di distruggere la grande tradizione universitaria italiana. In altri termini la strada dell'autonomia universitaria deve essere percorsa fino in fondo, superando ogni logica assistenzialistica e ogni difesa burocratica degli apparati.
d. RIMETTERE L'ASPETTO FORMATIVO AL CENTRO DELL'ISTRUZIONE SCOLASTICA E DARE VALORE ALLA FORMAZIONE TECNICA E PROFESSIONALE. E' necessario superare gli equivoci nati con la riforma Moratti, in cui si sono incrociate una eccessiva tendenza alla “licealizzazione” della formazione e, contemporaneamente, una diminuzione degli aspetti formativi dei programmi scolastici. Senza cedere alle strumentalizzazioni demagogiche della sinistra, bisogna porre fine alla continua “sperimentazione” scolastica e dare a professori e studenti un quadro di certezze in ordine ai programmi di insegnamento e ai percorsi di formazione, ma soprattutto ai valori di riferimento.
e. LIBERARSI DAL “TRUST” DELLA CULTURA DOMINANTE. In tutti i campi del sapere, dell'arte e della cultura, c'è la netta sensazione che ancora oggi esista un “trust” culturale in cui cascami ideologici del passato, baronati e caste, mediocri poteri burocratici, bloccano qualsiasi tentativo di rinnovamento e di creatività. La nuova Italia per imporre il cambiamento, da un lato deve “uscire dall'emergenza educazionale” sul piano dei valori e dall'altro deve produrre una forte scossa di libertà culturale. La destra italiana deve tornare ad essere consapevole della grande forza della “cultura non conformista” che per tanti anni ha subito l'emarginazione da parte dei poteri dominanti. Dare spazio ad un autentico pluralismo culturale, offrire diritto di cittadinanza a chi è stato per troppo tempo isolato, non pretendere di sostituire una egemonia con un'altra, sono le condizioni base per alimentare, anche sul piano culturale, quel vento di rinnovamento di cui la nostra comunità nazionale ha bisogno, anche per far emergere nuove classi dirigenti.
• UN NUOVO “PATRIOTTISMO AMBIENTALE” PER DIFENDERE AMBIENTE, TERRITORIO E PAESAGGIO.
Anche su questo terreno ci sono delle lezioni da cogliere in Europa. Non solo Nicolas Sarkozy ma soprattutto il leader dei conservatori britannici David Cameron, hanno strappato alla sinistra la bandiera ambientale. Cameron inserisce la questione in un discorso più ampio sulla qualità della vita, sullo sviluppo non solo quantitativo ma soprattutto qualitativo, sui comportamenti personali ecologicamente corretti e, come socio di Slow Food, sull'importanza dell'alimentazione naturale. Anche in Italia la destra ha delle profonde tradizioni ambientaliste, con significative esperienze anche di tipo associazionistico, ma nell'immaginario collettivo prevale l'idea che la questione ambientale sia prerogativa della sinistra politica. Purtroppo non sono pochi gli esponenti del centrodestra che ancora oggi trattano con sufficienze le tematiche ecologiche. Al di là delle suggestioni culturali, siamo di fronte a problemi ed emergenze che non possono più essere trascurate dalla agenda politica: il surriscaldamento climatico, il flagello degli incendi boschivi, le devastazioni del territorio e dell'ambiente e, di contro, la ricerca sempre più diffusa di un “benessere naturale” e di “uno stile di vita alternativo”, impongono il rapporto tra l'uomo e l'ambiente come una delle parti essenziali del “progetto per una nuova Italia”. Le stesse proteste localistiche contro la costruzione di infrastrutture e di impianti industriali inquinanti non possono essere sempre considerate come sbagliate e velleitarie.
a. UNA NUOVA PROGRAMMAZIONE DEL TERRITORIO, è necessaria per evitare conflittualità locali che bloccano lo sviluppo e scongiurare la distruzione di parti di territorio importanti dal punto di vista paesaggistico, ambientale ed agricolo. Riprogrammando lo sviluppo territoriale, a livello nazionale e a livello locale, sulla base di un ampio lavoro di concertazione con gli enti locali e con le organizzazioni della società civile, si può ritrovare un equilibrio tra l'attività dell'uomo, le necessità dell'ambiente e le identità dei territori.
b. MAI PIU ' CONDONI EDILIZI. Il centrodestra non può più essere lo schieramento del “condono edilizio” e tutti i potenziali costruttori abusivi devono sapere che non ci saranno più scappatoie per le loro illegalità. Di contro gli amministratori locali devono garantire una programmazione urbanistica sufficientemente rapida e dinamica per non creare scompensi nel fabbisogno abitativo delle città. Il problema della pianificazione territoriale risulta particolarmente sentito nelle regioni meridionali, in considerazione del diffusissimo fenomeno di amministrazioni locali sprovviste del principale strumento di organizzazione urbanistica del territorio, ovvero del Piano regolare generale. L'inerzia degli enti locali deve essere compensata da un intervento da parte delle regioni e delle Stato in funzione sussidiaria e attraverso l'adozione di misure coercitive che comprendano anche il commissariamento nelle ipotesi di gravi inadempienze. In conclusione mai più condoni edilizi a condizione che il cittadino sia messo nella condizione di poter agire in un contesto di pianificazione e di certezze.
c. NO ALL'UTILIZZO DEGLI OGM IN AGRICOLTURA, PER UNA PRODUZIONE AGROALIMENTARE NATURALE, DI QUALITA' E LEGATA AL TERRITORIO. La lotta contro il transgenico in agricoltura non è terminata, considerando le pressioni che vengono da Bruxelles a favore delle coltivazioni Ogm. Questo impegno deve essere la base per ottenere una etichettatura di tutti gli alimenti dall'origine della produzione agricola, in modo da ribadire – non solo come fatto salutistico, ma come scelta culturale ed economica – il legame tra prodotto agroalimentare e territorio, tra sicurezza e qualità alimentare e il valore di patrimonio nazionale della nostra cultura gastronomica. Per questi motivi i “Circoli della Nuova Italia” hanno aderito alla Consultazione referendaria sulla coltivazione degli Ogm promossa dalla Fondzione dei diritti genetici.
d. ATTUAZIONE DEL PROTOCOLLO DI KYOTO E GESTIONE DEL PATRIMONIO FORESTALE. Gli impegni sottoscritti dall'Italia per il Protocollo di Kyoto devono essere rispettati, non solo come limiti di emissione, ma anche come gestione del patrimonio forestale ed utilizzo delle energie alternative, a cominciare dalle bio-energie. Questo impegno interno deve trovare una corrispondenza in politica estera con una forte offensiva diplomatica per spingere tutti i principali paesi del pianeta ad aderire al Protocollo.
e. SOSTEGNO DELLA PRESENZA DELL'UOMO NELLE AREE INTERNE. Una classe politica attenta al futuro e alla qualità della vita della propria comunità nazionale non può non intervenire di fronte ai processi di spopolamento dei centri minori, interni e montani, di declassificazione delle piccole e medie città, che spesso rappresentano il cuore dell'identità civile e culturale italiana non solo in termini di patrimonio monumentale, artistico ed ambientale, ma anche di risorse umane e di istituzioni significative prodotte dalla propria tradizione identitaria. Tale tendenza va progressivamente invertita con una strategia riequilibratrice da perseguire con l'attivazione di politiche di fiscalità di vantaggio. Coerentemente, pur nella condivisibile scelta dell'abbattimento dei costi, è necessario introdurre criteri selettivi nella politica dei tagli che si devono concentrare per lo più sui livelli istituzionali e sono da respingere quando ipotizzano chiusure di poli erogatori di servizi primari. Nel contempo bisogna varare un grande piano per rilanciare la presenza dell'uomo sul territorio, nelle aree interne e montane, attraverso la diffusione di imprese agro-forestali e agrituristiche, su cui dirottare anche una parte delle persone senza fissa dimora e senza lavoro legale che gravano sulle periferie metropolitane.
f. RIDARE VALORE ECONOMICO AL SISTEMA DEI PARCHI NATURALI ED INCENTIVARE IL VOLONTARIATO AMBIENTALE. I parchi e le riserve naturali sono nate non per essere un semplice insieme di vincoli e di divieti, ma per diventare un sistema di economia alternativa sostenibile. Bisogna valorizzare queste potenzialità, anche attraverso l'incentivazione del volontariato ambientale che deve essere proposto come una esperienza formativa nelle scuole e nelle università.
g. DICHIARAZIONE DI UN'EMERGENZA NAZIONALE PER IL PROBLEMA DEI RIFIUTI. L'emergenza che ormai si vive in molte regioni per lo smaltimento dei rifiuti non può essere più vista come un problema dei singoli territori. Deve essere dichiarato una stato di emergenza nazionale per affrontare e risolvere questo problema, imponendo la raccolta differenziata, fornendo riferimenti tecnologici al massimo livello per lo smaltimento, inserendo il problema dei siti nella nuova programmazione del territorio, presidiando con forza le attività delle regioni e degli enti locali per la definizione e l'attuazione dei piani di smaltimento.